Squilla alle sette. Poi alle undici. Poi alle tre. Poi alle sei, e ancora alle nove. Sempre la stessa frase: «vieni a prendermi», oppure «non mi hanno dato da mangiare», oppure «mi hanno rubato la borsa».
E a un certo punto succede quello che non direte a nessuno: cominciate ad avere paura del vostro telefono.
Questa pagina spiega cosa sta succedendo davvero, e dà qualcosa che funziona.
1. La cosa da capire prima di tutte le altre
Non vi sta perseguitando. Non ricorda di avere chiamato.
Nella demenza la memoria recente cede per prima. Ogni telefonata, per lei, è la prima telefonata. Non sta insistendo: sta chiamando adesso, per la prima volta, con la stessa angoscia di mezz'ora fa e che non sa di aver già provato.
Non state subendo un ricatto affettivo: state assistendo a una memoria che si azzera. E il vostro esaurimento resta legittimo.
2. Cosa sta chiedendo davvero
- ansia, che nella demenza si esprime come richiesta di contatto;
- disorientamento: non sa che ora è, che giorno è, quando la vedrete;
- un momento preciso della giornata. Dopo le 17 è il *sundowning*;
- il bisogno di sentire una voce nota.
Tenete per una settimana un elenco: ora, cosa dice, cosa era appena successo. Emerge quasi sempre uno schema.
3. Le tre risposte che peggiorano tutto
Correggerla con i fatti. Per lei non è vero: quello che arriva è *ti do fastidio e mi stai sgridando*.
Le telefonate lunghe. Più parlate, più si attiva. Le chiamate brevi calmano.
Promettere di andare. «Vengo domani», detto per chiudere, è la peggiore delle tre.
4. Cosa funziona davvero
La prevedibilità batte la disponibilità. Una telefonata breve, sempre alla stessa ora, fatta da voi.
Una traccia fissa: «Ciao mamma, sono io. Sto bene. Oggi ho fatto X. Ci vediamo giovedì e ti porto le prugne.»
Chiudete sempre con un appuntamento concreto.
Validate il sentimento, non il contenuto.
Ditelo al personale e chiedete che entri nel progetto di accompagnamento individualizzato, con una valutazione di cosa succede fra le 17 e le 20.
5. Le accuse: «mi hanno rubato la borsa»
Tenere aperte due possibilità insieme.
A volte è confabulazione. E a volte è vero.
La regola: non discutete mai; verificate in silenzio ciò che è verificabile (la borsa nell'armadio, la documentazione dei pasti, una visita a mezzogiorno senza avvisare); se il fatto regge, è un'altra faccenda; se non regge, rispondete all'emozione: «Ti sei spaventata. Adesso guardiamo insieme.»
6. Il telefono in sé
Prima o poi qualcuno consiglierà di toglierglielo. Pensateci due volte.
Il telefono è il suo legame con il mondo. E il diritto svizzero è chiaro: limitare i contatti con l'esterno per tenere qualcuno tranquillo rientra nelle misure che limitano la libertà (art. 383-385 CC). Serve un protocollo scritto — chi l'ha decisa, perché, per quanto tempo —, l'informazione ai congiunti, e ogni persona vicina può contestarla per iscritto all'autorità di protezione degli adulti, senza mandato e senza avvocato.
Alternative che funzionano meglio
- un telefono semplice con i tasti fotografici;
- un orologio con data e ora ben visibili in camera;
- un foglio grande accanto al telefono: «Oggi è martedì. Anna viene giovedì.»;
- una segreteria con la vostra voce.
7. Proteggere voi
Non siete obbligati a rispondere a ogni chiamata. Due telefonate brevi e serene valgono più di venti tese.
Decidete una fascia oraria e comunicatela all'istituto: «rispondo fra le 18 e le 19; se succede qualcosa di importante chiamatemi voi.»
8. Quando le telefonate dicono che qualcosa non va
- iniziano all'improvviso: cercate una causa medica, a partire da un'infezione urinaria o da un dolore;
- cambia il contenuto, compare la paura di una persona precisa;
- coincidono con un turno;
- si accompagnano a perdita di peso, lividi, sonnolenza nuova.
In quel caso il tema non è il telefono. In caso di dubbio: Vecchiaia senza violenza, 0848 00 13 13.
Aiuto Curalune (CHF 99) prepara di solito entro 24 ore lavorative una selezione ordinata di 3–5 case per anziani adatte alla vostra zona — con i contatti e le domande giuste su reparto protetto e ansia serale.
*Informazioni generali, non un parere medico.*